Tranquilli, nessuno sconfinamento con l’epopea della Tavola Rotonda: chissà, cani ce ne erano sicuramente anche lì e a quei tempi, e forse perfino simili a quello di cui sto per raccontare, ma sarebbe davvero tutta un’altra storia, sarebbero davvero tutte altre storie…
Artù, splendido mastino napoletano, non è mai vissuto con me, ma io ho trascorso con lui qualche giorno, e lui mi ha fatto vivere un episodio talmente buffo da risultare indimenticabile.
Da piccolo, con la passione dello scrivere, sognavo un libro che portasse la mia firma, e il libro dei miei sogni parlava di cani: quando venne mi sembrava un sogno. Era tutto dedicato ai samoiedo, poi ne venne uno tutto dedicato ai pastori belgi, e il sogno diventò una favola, poi venne quello sugli akita, e poi ancora quello sugli spitz, e un documentario sui maremmano abruzzesi, un altro libro sui belgi, e ancora il libro sul bulldog, le traduzioni in francese e spagnolo, fino a quando, restando proprio nella famiglia dei molossoidi, mi fu proposto di scrivere un libro sul MASTINO NAPOLETANO, antica e gloriosa razza guerriera che accompagnava i legionari romani dalla penisola italica fin su nelle battaglie in Britannia. Se però, nelle prime opere, la documentazione fotografica era stata reperita  interessando allevatori e proprietari di tutto il mondo in questo caso invece il lavoro era completamente diverso. Il libro aveva una scaletta molto definita, e occorrevano degli attori quadrupedi che interpretassero le varie situazioni previste dal curatore della collana. Fortuna volle che non lontano da casa mia, a Bessica di Loria, ci fosse un prestigioso allevamento della razza.
Giuliano Gheno e la moglie Annarosa, i proprietari, furono entusiasti e disponibili e così, con Artù, con Sara e con Atena, tutti e tre campioni e pluripremiati, cominciammo a realizzare il lungo servizio fotografico: a casa loro, nell’ambulatorio del veterinario, nella hall dell’albergo di Monica e Franco a Loreggia, in un piccolo parco a Riese Pio X, in quello grande di Villa Manin a Montebelluna, in quello attorno alle mura di Castelfranco Veneto, sotto i portici della città murata, fino a quando andanmmo a percorrere la passeggiata che circonda mura e parco. Da una parte noi: ossia i cani, io, mio figlio Brando, e poi forse anche Franco, la cui grigia Kyra e la cui bianca Ambra sarebbero comparse proprio con Artù in una foto del libro, Giuliano, credo anche Annarosa e il loro figlio: tutti attori umani reclutati con tanto di cambi d’abito per apparire nelle foto del libro. Dall’altra parte del fossato, tra erbe e cespugli, delle simpatiche paperelle! Forse per Artù era la prima volta, la prima che vedeva quei simpatici e chiassosi pennuti, un po’ sulla sponda un po’ a nuotare nel fossato. Era evidente che trovava il tutto estremamente affascinante e curioso. Forse era anche la prima volta che vedeva un fossato.
Se non sapete cosa sia un mastino napoletano pensate che pesa diverse decine di chili, e che una buona parte di questi, nei soggetti più prestigiosi come Artù, stanno nell’enorme testone, certo il suo era più grosso del mio che pure di cappello indosso una 62! Artù si sporse oltre il basso muretto e accadde l’imprevedibile, non so se si distrasse qualcuno lassù o fummo noi a distrarci, ma come facevi ad aspettartelo? il peso del suo possente cranio lo fece precipitare nell’acqua. Mi dispiaceva, ma poco male, avrebbe nuotato, attraversato il fossato e saremmo andati a riprenderlo dall’altra parte in mezzo alle papere, pensavo! sperando che fra di loro non scatenasse il caos visto che ce ne erano anche che stavano covando. Non fu così: molto semplicemente Artù andava a fondo come un sasso! Nessun tentativo di nuotare, di tornare a galla, di reagire: sprofondava. Guardavo lui ed ero impietrito. Credo che lo fosse anche il proprietario e lo fossero le altre persone che erano con noi. Per fortuna, per ben figurare nelle foto, Artù indossava uno dei classici collari tipici della razza: alto, spesso e di cuoio. Fu un attimo, mi piegai e sporgendomi quanto più possibile riuscii ad afferrare sott’acqua il collare in modo da riportare la testa in superficie e farlo respirare. Fosse stato necessario non avrei esitato a saltare nel fosso, ma per fortuna anche gli altri reagirono e credo il proprietario e mio figlio riuscirono ad afferrarlo: chi per l’addome, chi per la coda e un po’ in tutti riuscimmo a riportarlo a terra, impresa non facile visto il peso del ‘simpatico’ cucciolone! Passato il momento di autentico panico il proprietario si mise ad asciugarlo perché non prendesse un raffreddore.
La cosa ancora una volta straordinaria fu la reazione di Artù una volta riemerso dall’acqua; ricordavo Jonathan quando finì nel laghetto di Santo Stefano di Cadore, l’antipatia di Thoga per l’acqua della piscina di casa sua, lo sprofondare involontario di Nuretto in un laghetto alpino, guardai Artù: impassibile.  Mentre veniva asciugato, per quel che poteva quel piccolo asciugamanino sulla mole della sua imponente muscolatura, guardava ancora le papere; fece un cenno di scrollarsi, ma tale era la sua indifferenza a quanto accaduto che sembrava poco più di un brivido. Nessun segno di paura, nessuna titubanza, nulla di nulla; come niente fosse accaduto, la giornata proseguì nella più totale e assoluta normalità.
Non so se a Giuliano e ad Annarosa capiti mai di ripensare a quell’episodio, non so se per chi possiede un mastino napoletano sia un fatto normale, ma per me, che con i cani sono abituato ad andarci a nuotare, a farci il bagno assieme no, non era, non è né sarà mai una cosa comprensibile. Quindi attenzione: se qualcuno di voi possiede un mastino napoletano, per favore, non lo porti lungo un corso d’acqua se dall’altra parte ci sono anatre, germani o simili. Soprattutto non ce lo porti se ci sono io nei paraggi!
(Il protagonista della storia, Artu’, fa parte dell ‘Allevamento del gheno, allevamento del mastino napoletano rinomato e premiato in Italia e nel Mondo – www.delgheno.com )
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